Ti consiglio di prenderti qualche minuto per leggere in condizioni di calma, perché c’è un’alta probabilità che all’interno di questo contenuto troverai alcuni errori che hai fatto e che probabilmente, se non leggessi, ripeteresti.

Come ben sai, internet è nato negli anni ‘70, prima legato solo alla scienza e ai test, poi all’industria, poi a privato come strumento di assoluto lusso. Siamo entrambi consapevoli di questo, tutto molto bello, ma NON siamo qua per analizzare ovvietà.

Io ti parlerò, al fine di trasmetterti il maggior numero possibile di concetti, di 3 periodi che io identifico come “Le 3 ere del web per le aziende”, ere che ho intenzionalmente segmentato a decorrere da quando internet già si era diffuso, e cominciava a produrre risultati come strumento di business.

Seguimi in questo percorso e rimarrai stupito della realtà che hai sempre avuto sotto gli occhi.

Era n°1: 2009-2013

C’erano le Web Agency, e i tecnici (programmatori, sviluppatori..) che avevano deciso di creare siti web perché “si guadagna molto”.

Il costo per la realizzazione di un sito si aggirava intorno ai 1.500€, a poterselo permettere erano poche aziende, era un vero e proprio status elitario.

Il costo si è notevolmente ridotto perché, con il passare del tempo, è divenuto sempre più semplice creare un sito. Basta aver frequentato due anni di liceo informatico, un corso online da 50 euro, oppure aver “smanettato” un po’ con HTML e Java.

Certo, già all’epoca affidarsi ad incompetenti era pericoloso, le insidie che si nascondevano dietro questa scelta “low cost” erano sempre le solite: il ragazzo sparisce, cambia lavoro, il sito sparisce, il dominio scade o non si sa a chi sia intestato, e via dicendo.

Quando un cliente bussava alla porta di un programmatore, lo scenario era più o meno questo:

– Grattatina di capo, occhi bassi

– “Ok, mandami il logo, le foto del negozio dentro e fuori e i testi”.

Il terrore negli occhi del malcapitato programmatore compariva quando il cliente gli domandava: “Che testi vuoi?”

Subito si sedevano entrambi davanti al Pc, accedevano a Google e “Guardiamo cosa fanno gli altri, beh dai, secondo me questo è bellino! Fallo anche tu, penso che vada bene”.

3, 2, 1…

“La nostra azienda, nata nel 1940 da Mario Rossi, si è espansa notevolmente fino a quando il figlio Giovanni ha preso le redini e con esperienza e professionalità esercita la professione con passione, siamo leader in zona”

Foto dell’insegna del negozio o del furgoncino con l’adesivo, ed era subito “Visita il nostro nuovissimo sito web”.

Ad essere online erano un paio di negozi per categoria merceologica, perciò, per la mente del potenziale cliente, se avevi un sito eri sicuramente il migliore, sprizzavi qualità da tutti i pori.

Nel suddetto periodo c’è realmente stato un incremento notevole del numero di chiamate e contatti ricevuti da potenziali clienti e aspiranti tali. Cercare online iniziava a diventare una moda.

L’italiano medio passeggiava per strada, vedeva su una vetrina un cartello “Visita il nostro sito” e subito ci si lanciava: “Oh, guarda che figo! Anche lui si è fatto il sito!”

Cosa ci insegna l’Era n°1?

1) Anche se banale, ridondante e totalmente inadeguato, il contenuto incentrato su “la nostra famiglia da generazioni” era sufficiente a riempire un sito che comunque avrebbe prodotto risultati;

2) I siti web erano talmente pochi, che coloro che ne possedevano uno erano automaticamente “fighi”, e si trovavano attribuita una credibilità e autorevolezza al di sopra degli altri;

3) Il cliente era poco esigente: vedeva il sito, telefonava, prendeva un appuntamento o chiedeva informazioni che, anche se al momento non gli venivano date, era comunque spinto a richiamare, aveva una forte considerazione dell’azienda “dotata di sito web” e pertanto, una gestione di customer care mediocre e mista al tradizionale approccio online, funzionava;

4) Le aziende aumentavano i fatturati grazie al web, di fatto.

 

Era n°2: 2014-2017

Il pubblico di internet è diventato più esigente, è arrivato il “Mobile”, il design per i dispositivi mobili. Si è diffusa la precedentemente introdotta cultura della SEO, secondo cui per poter fare come quelli dell’Era n°1 e fatturare, visto l’aumentare della concorrenza, occorreva posizionarti in alto su Google.

Tale posizionamento, essendo uno strumento ad altissimo valore, costava. Un’azienda geolocalizzata, per posizionarsi in cima in un settore con 10-20 concorrenti forti presenti online, spendeva tra i 1.000 ed i 10.000€.

All’inizio di quest’era, era necessario possedere competenze molto particolari per fare SEO, ma al tramontare del periodo, esattamente come successe per i siti, tra corsi online, blog e manuali, era possibile in un paio di settimane e con un investimento in formazione che oscillava tra il gratuito ed i cento euro una tantum, imparare il posizionamento e diventare un SEO.

Io stessa feci un corso online, pagato 97€, della durata di una trentina di ore. Subito dopo fui perfettamente in grado di posizionare in cima su Google alcuni siti web di miei clienti con notevole concorrenza.

Naturalmente, tutti gli autodidatti e gli aspiranti SEO, uniti ai professionisti veri, dovevano portare a casa la pagnotta, ed il posizionamento Google è diventato il capro espiatorio per giustificare il fatto che l’affermazione “Se ti fai un sito web fatturi di più” non era più vera. Insieme alla creatività, ovviamente. Se un tecnico è anche creativo, hai più possibilità di successo. E se il sito “non funziona” è perché le persone non capiscono la geniale creatività.

Prese diffusione molto rapidamente la teoria che per mantenere il sito in vita, sia per distinguerlo dai concorrenti che per salire sui motori di ricerca, il sito doveva essere “dinamico”, convinzione trasmessa anche all’imprenditore che pensava di doverlo aggiornare continuamente per fatturare di più.

Per mancanza di tempo, l’imprenditore delegava questa azione alla web agency che si trovava ad affrontare un altro grosso problema: dopo il crollo dei prezzi dei siti web era crollato anche il costo della SEO, quindi dovevano reinventarsi e inventare altri servizi, tra cui quello di fare la “manutenzione” del sito web, azione che come le precedenti, veniva strapagata.

Cosa faceva la web agency? Attraverso ricerche su Google e interviste telefoniche all’azienda cliente, creava articoli che ripetevano a raffica le parole chiave, esempio “Il nostro ristorante a Roma…. nel centro di Roma, i ristoranti di Roma…”.

Gli utenti più esigenti hanno impiegato ben poco a comprendere che i siti che visitavano contenevano sempre più contenuti “spazzatura”, che come vampiri rubavano il loro tempo attraverso sterili letture. Gli utenti meno pignoli ci hanno messo un po’ di più.

Per fronteggiare questa situazione, i più audaci tecnici hanno proclamato la teoria secondo cui “Nel sito non devi scrivere che la nostra azienda è… ma quello che faremo per il cliente, devi scrivere per quale motivo dovrebbero scegliere te”. Come immaginerai, ben poco c’è voluto prima che come funghi ad ottobre, tutti i siti fossero uguali, con questo nuovo trend.

L’era finiva e, con essa, finiva la fiducia nell’affermazione che negli anni precedenti aveva regnato incontrastata: “Il sito web fa aumentare i fatturati”.

Cosa ci insegna l’Era n°2?

1) Era vero che con la SEO c’era ancora speranza di guadagnare di più, se si aveva una forte concorrenza online;

2) Era vero che un sito aggiornato permaneva su Google in cima per un periodo più lungo e che talvolta, questo causava aumenti di fatturati per le aziende;

3) L’utente è diventato pignolo e attento, quasi tutte le aziende hanno un sito web e ora valuta più attentamente.

 

Era n°3: 2018-2019

Per creare un sito web sono sufficienti poche centinaia di euro se ci si affida a qualche free lance in regime forfettario, i contenuti sono gli stessi ma grazie ai software gratuiti, i siti sono sempre più belli.

E già, forse per fatturare con il sito bisognava averlo esteticamente bello. Quindi ci si riprova.

Google, motore di ricerca per eccellenza, cambia continuamente gli algoritmi e ora aggiornare continuamente con le parole chiave gli articoli del proprio sito non è poi così importante, ti invito a documentarti per trovare conferma alle mie parole.

La SEO la si fa con un plugin (una funzione che si può installare nel sito) gratuito che ti dà le istruzioni in tempo reale e ti dice quali errori correggere nei contenuti del tuo sito, foto comprese.

Per realizzare un sito vetrina basilare di 5-7 pagine, ben fatto, con i contenuti alla mano (foto, loghi, testi) ci vuole una mezza giornata. Per farlo rifinito sopra la media, inserendo qualche video, form di contatto, mappe navigabili, ci si impiegano 2 giorni. Configurazione del plugin SEO inclusa.

La maggior parte dei professionisti (free lance e web agency) è racchiusa in due macro categorie:

– Quelli che ancora ci provano (e ci riescono) e vendono la “manutenzione del sito     web”, la SEO incentrata sulla scrittura di articoli ridondanti facendosi pagare dai 100 ai 300 euro al mese;

– Quelli che ora cavalcano l’onda del web marketing: con la stessa classe con cui hanno sempre scritto i contenuti per i siti web, ora creano “le campagne marketing” sui social, su Google, inviando e-mail marketing (simil volantini digitali) perché “Le campagne marketing e la visibilità sono la chiave”

Il problema è che, a differenza dei periodi precedenti, c’è un’enorme scarsità di casi di successo. I più sgamati dicono “Un nostro cliente ha fatturato milioni”. Uno solo. Senza dire chi era, da che notorietà partiva, di quanto budget disponeva, da cosa derivano i milioni. Un solo caso di successo cui aggrapparsi per acquisire altri clienti.

Immagino la faccia che farebbero i miei clienti che fatturano milioni, se mi aggrappassi a cose del genere per vendere.

Ad ogni modo, non siamo qui per parlare di me, scusami per questo simpatico aneddoto, proseguiamo.

L’imprenditore che è subentrato in ritardo sia nella prima che nella seconda era, ovvero quando queste stavano tramontando, ha ovviamente dovuto affrontare il cambio di mentalità dell’utente, ma senza saperlo, perché vedeva la situazione da una prospettiva interna.

Perciò, se fino ad allora le credenze erano state:

“Con un sito si fattura di più, si raggiungono più clienti”

“Per avere un sito che fattura devi essere in alto su Google”

“La visibilità è tutto”

“Devi avere un sito dinamico se no non fatturi di più”

“La creatività è la chiave”

“Le campagne Marketing sono la chiave”

…La terza era inizia con “Il marketing non funziona, avere un sito non serve a niente”.

E se aggiungiamo tutte le pubblicità di “Guru” che ci compaiono ogni giorno sotto gli occhi, diventa immediatamente comprensibile lo stato confusionale dell’imprenditore, che ha già buttato cifre a 3 zeri e non ha intenzione di buttarne oltre.

Questo è l’imprenditore italiano medio, che viene da me a testa bassa perché in qualche modo sa che non ho la minima intenzione di seguire le onde cavalcate dai colleghi in queste 3 ere.

Forte delle cattive esperienze, sa che avere un sito web e basta non è sufficiente, ma sa di non volere più buttare soldi, ha paura. Quindi mi dice: “Iniziamo con un sito vetrina e poi vediamo”.

Va bene, il sito vetrina lo vendo nella mia web agency, con tanto di avviso però: il risultato che otterrai sarà semplicemente avere un sito vetrina, niente di più. Con trasparenza e serenità.